“Hai vissuto inseguendo il giusto; la tua correttezza, la tua moralità, la tua simpatia e la tua gioia vivranno sempre nella nostra mente, ma soprattutto nei nostri cuori. Ci mancherai, campione”. In squadra era un vero e proprio punto di riferimento, tanto che in spogliatoio era conosciuto con il nome di “inamovibile”Basket Motta
 

Se ne è andato in punta di piedi, ad appena 20 anni, Aleksandar Dukic, nato a Capodistria il primo febbraio 1992, ma residente a Motta di Livenza (Treviso) fin dall’infanzia. Un tumore, contro il quale lottava da qualche tempo, giovedì l’ha portato via all’affetto di papà e mamma, di nazionalità bosniaca, residenti vicino alla caserma dei vigili del fuoco.

La notizia ha scosso la comunità nella quale il giovane aveva molti amici.

Aleksandar infatti aveva frequentato il Liceo scientifico all’Isiss Scarpa dove l’anno scorso aveva conseguito la maturità. Figlio unico, aveva sempre frequentato le scuole di Motta, fin dall’asilo.

Aveva giocato dapprima a calcio fino alla categoria esordienti: da qualche anno però si era indirizzato al basket, sua vera passione.

Aveva segnato i suoi primi canestri nel palazzetto di viale De Gasperi.

Quindi si era trasferito all’Union Basket di Chiarano. Fino allo scorso anno giocava, con gli amici di sempre, al campetto di via Corné Campolungo, ritrovo dei ragazzi appassionati di basket.

 

«Fino all’anno scorso lo si vedeva spesso – ricorda un coetaneo – ma quest’anno purtroppo non era più presente, vista la malattia. Avevamo lo stesso professore di matematica: al quarto anno era stato costretto a saltare parecchi giorni di scuola e proprio da lui prendeva lezione attraverso skype. Non aveva grilli per la testa: continuava a uscire soprattutto con i compagni di squadra, ma lo si vedeva spesso anche con i ragazzi della sua classe»

Aleksandar, dunque, era nato cestisticamente in riva alla Livenza

A scuola se la cavava, eccome. In più parlava varie lingue: serbo, inglese, francese e italiano

Il periodo meno difficile fino al termine della maturità, circondato dall’affetto di compagni e professori. Poi, dopo le feste e le pacche sulle spalle, ha continuato a lottare, insieme alla sua famiglia, giorno dopo giorno. In quest’ultimo periodo si curava a Milano, pertanto non aveva potuto programmare il suo futuro come gli amici

Chi al lavoro, chi all’università: lui ha comunque stretto i denti e con coraggio ha continuato a resistere, proprio come un giocatore sottocanestro che lotta a rimbalzo.

Giovedì purtroppo la partita si è conclusa.

Sabato 8 Settembre 2012

 

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